Veleni sepolti in Calabria

Il mistero delle scorie sepolte nella capitale della ‘ndrangheta e la relazione del Sisde «scomparsa»
Africo, l’informativa dei servizi scomparsa per anni avrebbe potuto velocizzare le indagini
di Ruben H. Oliva
Il sole primaverile si specchia sulle acque cristalline del mar Ionio, mentre il vecchio treno di due vagoni avanza stancamente verso Bianco. Arrivati in stazione, basta percorrere poche centinaia di metri per vedere comparire la piccola e inquietante cittadina di Africo. Poche vie, 3000 abitanti, molti morti e malati a causa di misteriosi tumori che da qualche anno affliggono il luogo. La malattia colpisce indiscriminatamente uomini donne e più recentemente anche i neonati. In quest’angolo della Calabria, un triangolo composto da San Luca, Platì e Africo, culla della mafia più potente al mondo, la parola ‘ndrangheta non esiste, non la si pronuncia e l’omertà è totale. Per sopravvivere in questi posti, se non sei mafioso, bisogna non vedere, non sentire e non parlare.
LA MORTE IN CASA
Ora che l’innominata ha portato la morte in casa, qualcosa ad Africo si sta muovendo. Nel 1978 il grande scrittore Corrado Stajano descrisse Africo e la sua povertà nei minimi dettagli. Trentasei anni sono trascorsi da quel capolavoro e nulla è cambiato. Anzi, alla miseria si è aggiunta inesorabile la morte per tumore. Totò Pratticò fa il contadino e possiede qualche ettaro di terra ai margini della fiumara che scende dalle cime dell’Aspromonte e che quando arriva il disgelo diventa un fiume in piena. È stato il primo ad aiutare a creare a un movimento, per ora in fasce, che si batte per la verità e la giustizia (almeno per quello che riguarda le malattie). Troppe morti e sofferenze non potevano passare inosservate e così è nato «Articolo 32», che mette in rete malati e parenti dei deceduti. Vogliono giustizia vera, in un posto in cui le leggi sono state da sempre scritte dalla mafia.
IL RACCONTO
Una decina di vicini ci attende in una delle tante villette a due piani presenti sul territorio per raccontarci il loro dramma: chi ha perso il fratello, chi il figlio, chi, in sé, porta la croce e i segni della malattia. Storie raccapriccianti delle quali il capo della direzione distrettuale antimafia, Federico Cafiero Di Raho, aveva parlato nel suo ufficio-bunker. Cafiero De Raho, arriva dalla Campania, dove ha combattuto i Casalesi nella terra dei fuochi. È un magistrato che conosce per filo e per segno quello di cui sono capaci i malavitosi. «Nel territorio dal quale provengo – ci racconta il magistrato tra una riunione e l’altra – c’è stata una presa di coscienza molto forte, qui in Calabria invece, partiamo dall’anno zero. La ‘Ndragheta è un fenomeno diverso dalle altre mafie, è potentissima e silenziosa e ha prodotto pochissimi pentiti». Non a caso e secondo gli esperti questa mafia ha precorso i tempi e bruciato le tappe rispetto alle altre organizzazioni criminali nel traffico e nell’occultamento di rifiuti altamente tossici. Nucciò Barillà è il rappresentante di Legambiente a Reggio Calabria. Uomo duro e trasparente, non ha smesso di denunciare gli scempi che hanno trasformato queste bellissime terre nella pattumiera d’Europa. Barillà ci racconta una storia assurda, fatta di processi prescritti e documentazioni prima scomparse e poi riapparse misteriosamente.
LA RELAZIONE DEL SISDE
Nel 1992, l’allora Sisde produce una serie d’informative riguardanti i traffici di rifiuti illeciti da parte di alcune potentissime ‘ndrine, come quella dei Morabito di Africo, che si prendevano i rifiuti tossici in cambio di armi da guerra. L’inchiesta per fare luce su questi episodi inizia nel 1994, spinta dalle denunce di Legambiente e dello stesso Barillà. Si chiede all’Aisi, che dal 2007 ha rilevato il Sisde, di fornire le informative riservate, ma i nuovi vertici dell’agenzia investigativa interna, non ne trovano tracce. L’inchiesta è archiviata nel 2001 per l’assenza dei documenti richiesti, che in teoria però dovevano essere stati trasmessi ai Carabinieri del Ros. Non potendo chiarire se il passaggio d’informazioni sia avvenuto, il tutto si chiude in un nulla di fatto. Nel 2013, grazie alla cocciutaggine di Legambiente, il parlamento indice una commissione d’inchiesta bicamerale. Con sorpresa di molti, questa volta le informative del vecchio Sisde appaiono (se fossero arrivate nelle mani dei giudici che indagavano sul fenomeno nel 1994, oggi racconteremmo tutta un’altra storia). Risultato? Grande imbarazzo dei vertici dei servizi e una ventata di dubbi che non è stata ancora dissolta.
LE NUOVE INDAGINI
Diciamo solo che su questo mistero sta lavorando la giustizia. Il nuovo capo della Dda e procuratore di Reggio Calabria Cafiero De Raho sul tema è chiaro: «Nessuno ci può torcere la mano». Parole dette dal massimo artefice nella lotta contro i Casalesi e i clan della Camorra, che aprono squarci di luce su una vicenda tutta da riscrivere. Certo che affrontare la ‘Ndrangheta in casa propria è tutta un’altra storia e i magistrati De Raho, Lombardo e Gratteri lo sanno bene.

Dal corsera on line del 08/05/2014 a firma Rubens Oliva

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