Sicurezza, nessuno si tiri indietro

Il pericolo più grosso è quello che la gente si “abitui” agli episodi di violenza

La provocazione è forte ma necessaria: esistono ancora avamposti di resistenza sul territorio del basso jonio o gli episodi di cronaca rischiano di non fare più notizia? I messaggi che veicolano la cultura della legalità hanno sicuramente bisogno di meno passerelle e fatti più concreti ma è pur vero che oltre all’ assenza di gesti eclatanti nei territori toccati dai sempre più frequenti fatti di cronaca, non si è assistito a nessuna manifestazione che renda esplicita una presa di posizione collettiva. Il rischio è che le intimidazioni, gli omicidi, le sparatorie, vengano sempre più vissute come fatti privati sottovalutando le sfumature che dovrebbero evidenziare come le comunità interessate dalla nuova escalation di fatti criminali non si rendano forse conto di quanto si stiano privando della propria libertà. Lo spunto parte dalla vicenda che un privato cittadino ha deciso di rendere nota l’intimidazione subìta da un supermercato due giorni fa in cui uno dei proiettili sparati contro il furgone parcheggiato nelle adiacenze dell’esercizio commerciale ha perforato i vetri della sua abitazione attraversando, ad altezza uomo, la camera da letto in cui dormivano alcune persone che, la mattina successiva, hanno poi trovato il proiettile conficcato nell’armadio. Cosa sarebbe successo se qualcuno si fosse alzato di notte? La casa in oggetto è di un cittadino comune che si è visto “colpito” dalla cronaca nelle mura domestiche, quelle sentite universalmente come più sicure. Così all’indomani dell’accaduto, Montepaone si interroga lasciandosi andare alle proprie insicurezze vissute da chi ha paura di vedere qualcosa che non dovrebbe, da chi torna a ricordare l’omicidio sulla spiaggia di Soverato, da chi non vuole lasciarsi andare all’allarmismo ma chiede di poter capire. Cosa sta accadendo nel basso jonio? A chiederselo oggi sono tutti: amministratori, imprenditori, comuni cittadini che tornano a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine per riportare la tranquillità sul territorio. L’interesse si è spostato nel triangolo della baia dell’ippocampo formata da Soverato, Montepaone e Montauro. Sicuramente l’espansione edilizia e commerciale dei tre centri ha “attirato” l’attenzione, ma sembra esserci di più dietro quella che sembra affermarsi come una lotta al potere di nuovi clan emergenti, impegnati ad imporsi come reggenti di un territorio che, dopo la decapitazione delle cosche operanti nel soveratese, cerca di comprendere quali forze occulte esercitano le pressioni che si sono tradotte negli oltre venti atti intimidatori registrati solo nel 2013. Gli inquirenti non si sbottonano ma nelle informazioni che trapelano da indagini, inchieste e sentenze già emesse, appare chiaro che ci sono diversi livelli su cui si sta muovendo la malavita locale. Il territorio, così, vede cambiare la propria immagine e gli imprenditori chiedono aiuto rendendo esplicite le conseguenze indirette degli atti intimidatori subìti, che non sono legate solo a danni economici ma ad un giro più ampio in cui entra in gioco il rapporto con fornitori ed istituti di credito, in dinamiche complesse per i non addetti al settore ma chiare ai tecnici dell’ambiente imprenditoriale. L’opinione pubblica si divide nella diffidenza con cui ci si guarda reciprocamente: “Perché nessuno denuncia”? Il silenzio è da intendere come omertà o realmente gli imprenditori non sono in grado di fare connessioni con gli atti subìti? La risposta anche qui non è univoca ma da chi studia i fenomeni sociali malavitosi emerge, come più che plausibile, che realmente le vittime delle intimidazioni non capiscano da chi provengano i macabri messaggi subiti. Non sempre, infatti, il messaggio intimidatorio segue una richiesta estorsiva e, negli ultimi anni, la “procedura” sembra profilarsi come un monito a cui segue il contatto di chi rivendica il potere sul territorio. E se in passato sembrava essere ben noto il boss a cui chiedere “protezione”, oggi anche questa possibilità sembra essere negata. Come si traduce il tutto? Con la paura di non sapere da chi doversi difendere. In una situazione in cui ci si contende il comando, qual è l’arma a disposizione della comunità? Le forze dell’ordine si sono appellate alla collaborazione dei cittadini stigmatizzando l’importanza di segnalare ogni movimento sospetto che porti ad un arresto in flagranza di reato che avvii subito le procedure di limitazione della libertà personale accorciando i tempi di una giustizia che, altrimenti, passa per lunghe indagini fatte del raccoglimento di numerose prove. Bisogna prendere coscienza che la sicurezza è un fatto collettivo così come il malaffare; di fronte una prospettiva del genere si può realmente rimanere indifferenti? 
Sabrina Amoroso
dalla gazzetta del Sud del 23 settembre 2013

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