Rischi e irregolarità Comuni troppo creativi

Rischi e irregolarità Comuni troppo creativi

Derivati, la Corte dei conti: possibili grosse perdite

Cosenza – Il meccanismo è semplice: sei il sindaco di un Comune, magari piccolo, e vuoi recuperare soldi per un asilo, per asfaltare una strada, per abbellire un giardinetto pubblico. Una volta si chiedeva un finanziamento alla Cassa depositi e prestiti; oggi ci sono i derivati. Si chiede un prestito a una banca e poi si scommette sulla sua restituzione. Come giocare in borsa, ma con i soldi dei cittadini. Si rischia di perdere un sacco di euro e di perdersi nelle clausole che gli istituti di credito conoscono perfettamente. E le amministrazioni pubbliche spesso subiscono in modo più o meno consapevole. In Calabria il “gioco” dei derivati, come CO scriveva ieri, ha fatto danno per 250 milioni, e siamo solo all’inizio. I rischi connessi a queste operazioni sono stati segnalati più volte dalla Corte dei conti. Oggi ricostruiremo due casi limite. Quelli del Comune di Trebisacce, tra i primi a lanciarsi nell’operazione spericolata, e della Provincia di Crotone, che l’ha fatto qualche anno più tardi e con qualche cautela in più. La conclusione per entrambi è la stessa: chi più chi meno, rischiano «gravi perdite». «La Provincia rischia grosse perdite» “Provincia di Crotone – tasso fisso 2005/2025”. Il prestito si chiama così, e già qualcosa non torna. Il tasso infatti è tutt’altro che fisso. Perché il contratto stipulato dall’amministrazione provinciale di Crotone con la “Banca Opi spa” sull’importo di 40 milioni e 751mila euro tutto prevede fuorché un interesse “congelato”. Il tasso fisso (del 3 per cento) va dal 30 marzo 2006 al 30 settembre 2007, poi comincia quello variabile compreso tra il 2,75 e il 5 per cento e legato all’andamento dei mercati. Fino al 2025 quindi, la Provincia darà alla banca soldi che dipenderanno dalla congiuntura economica internazionale (che non promette nulla di buono), mentre l’istituto di credito restituirà il tutto a un tasso fisso del 3,70 per cento. Un rischio, insomma. Roba che ci si aspetta da un investitore privato, non da Comuni e Province. Ma tant’è, le regole fino all’altro giorno non c’erano e molte amministrazioni calabresi si sono lanciate nel gioco di cui padroni assoluti sono i banchieri. Basta un codicillo al posto sbagliato e l’emorragia di cassa è assicurata. Una falla da tappare con i soldi dei cittadini, ovviamente. Ci hanno preso tanto gusto a Crotone, che hanno pensato di moltiplicare i contratti. Anche dopo l’esplosione del bubbone dei derivati. Conviene, non c’è dubbio. E allora via con gli Irs (Interest rate swap): altri tre accordi siglati il 21 dicembre 2007 con “Dexia Crediop spa”. La filosofia è sempre la stessa. Nessun dubbio sulla correttezza dei contratti siglati: “Sembrano essere stati sottoscritti nel rispetto della vigente normativa”. La Corte dei conti, però sottolinea «alcune situazioni contrattuali e gestionali che possono avere riflessi pregiudizievoli per la sana gestione dell’Ente”. Prima perplessità: al momento della firma dei contratti con “Dexia” le parti hanno previsto che l’intermediario finanziario versasse alla Provincia l’importo complessivo di 373.500 euro come sommatoria degli “upfront” concordati contrattualmente ». E’ sul modo in cui l’amministrazione provinciale ha usato i soldi pronta cassa (gli "upfront", appunto) che i magistrati si mostrano dubbiosi. Scrivono che «sussistono dubbi in ordine alla regolarità contabile della classificazione in bilancio e al loro utilizzo. Infatti tali importi configurano un finanziamento all’Ente da parte dell’Istituto di credito e, quindi, come tale rientra nella disciplina dell’articolo 119 della Costituzione, sia in relazione alla classificazione in bilancio che al loro utilizzo. Tali anticipazioni, sotto il primo profilo, devono essere allocate nelle entrate, quale forma atipica di indebitamento, mentre sotto il secondo profilo, almeno per la parte che non dovrà essere restituita all’Intermediario finanziario, può essere utilizzata esclusivamente per realizzare spese di investimento, con esclusione di destinazioni a copertura di spese correnti». A questo aspetto tecnico se ne aggiunge uno più pratico. La Provincia – è proprio questa la filosofia dei derivati – in relazione alla portata dei contratti (la somma dei tre sottoscritti nel 2007 è di 56 milioni di euro) «può risultare creditrice o debitrice di una somma, il cui importo viene generato dall’andamento dei tassi di interesse sul mercato finanziario ». Fino alla fine del 2007 è andata bene. Il tasso da tenere d’occhio, l’Euribor, è rimasto sotto la soglia fissata, quindi l’operazione «ha prodotto risultati differenziali positivi a favore della Provincia». In totale 949mila euro, di cui 270mila per il contratto con "Banca Opi" e 679mila per gli altri tre contratti con "Dexia Crediop"). Il guaio è che, secondo l’analisi condotta dalla Corte dei conti, «in un prossimo futuro si può correre il rischio di grosse perdite, per effetto del possibile rialzo dei tassi oltre le soglie previste dai contratti». Di conseguenza, «poiché l’utilizzo degli strumenti derivati può determinare risparmi iniziali seguiti da perdite finali, è opportuno destinare i differenziali finanziari positivi, finora ottenuti, alla costituzione in bilancio di un apposito “fondo rischi”, come del resto sembra aver fatto l’Amministrazione provinciale». Consiglio conclusivo: meglio «valutare con urgenza gli oneri e gli impegni finanziari derivanti dalle operazioni di Irs, al fine di verificare l’opportunità o meno di recedere anticipatamente dai correlati contratti». Quasi un auspicio. Trebisacce, pionieri dei derivati Il 20 dicembre 2002 è una data che Trebisacce potrebbe ricordare a lungo. Sui derivati il Comune è stato uno dei pionieri in Calabria, con il contratto siglato con la Banca nazionale del lavoro. Durata: fino al 31 dicembre 2021. Capitale: quasi nove milioni di euro all’inizio. Il solito ingranaggio complicato di tassi fissi e variabili. E il solito sospetto: quei soldi versati subito dalla banca come uno specchietto per le allodole, dando al Comune l’impressione di un guadagno immediato, prima delle perdite che spesso si manifestano più avanti. Il contratto ha un potenziale rischio: «Non viene indicata la facoltà di recedere anticipatamente», e questa appare «una clausola vessatoria inaccettabile per un ente pubblico». Ed è stato siglato prima dell’emanazione del decreto interministeriale che regola l’accesso al mercato dei capitali da parte degli enti locali. C’è di più: «L’operazione non rientra tra quelle esplicitamente autorizzate dalla normativa in vigore». L’accordo è tutto un fiorire di irregolarità e perplessità. Come quella che riguarda la dichiarazione del Comune di «possedere una specifica competenza in materia finanziaria ». Un’ espressione, secondo la Corte, che «non è stata resa dal legale rappresentante, bensì dal funzionario preposto ai servizi finanziari che ha impegnato l’Ente in sede contrattuale». Dunque «sorgono dubbi in ordine alla validità di una siffatta clausola». E anche rispetto all’uso che si potrà fare dei soldi liquidi ottenuti dalla banca nelle prime battute, che non possono essere utilizzati per coprire le spese correnti ma solo per eventuali investimenti. Sullo sfondo c’è il solito rischio di «grosse perdite». Che accomuna tutti gli entusiasti Comuni che si sono dati alla finanza creativa (anche per il Comune di Rogliano le osservazioni della magistratura contabile sono praticamente identiche). E che oggi sperano di non dover rimpiangere la scelta.

di PABLO PETRASSO

 

da Calabria Ora del 30/06/2008

Commento (1)

saverio1 luglio 2008 alle 08:33

I comuni che diventano speculatori: all’estero, in inghilterra, queste operazioni sono state vietate, da noi aspettano che in qualche comune, mandato in bancarotta da amministratori incapaci e/o fraudolenti, i cittadini in rivolta commettano qualche pazzia!

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