Quei rapporti “strani” tutti da chiarire

 Il malaffare sarebbe riuscito ad entrare nei palazzi controllando ogni cosa

 

Francesco Ranieri
Sant’Andrea Jonio
Contatti proibiti. Sono quelli che emergono tra alcuni elementi di spicco della cosca "Sia-Tripodi-Procopio" e ambienti del mondo politico e amministrativo locale e delle istituzioni nel quadro delineato dall’operazione "Showdown". Operazione condotta dai carabinieri con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Un blitz che ha assestato un duro colpo al sodalizio criminale operante nel Soveratese. Un gruppo che aveva trovato la propria forza nell’àmbito delle attività imprenditoriali dei propri componenti, in particolare in quel settore edilizio che è stato uno dei campi d’espansione economica privilegiato per la cosca. E per potersi muovere nel mare "magnum" dell’economica locale era fondamentale avere dei contatti stretti e sicuri con le realtà dirigenti locali.
Dalla lettura degli atti emergono infatti i contatti che, ad esempio, Maurizio Tripodi (presunto esponente della cosca, legato a Vittorio Sia) avrebbe avuto con un componente di primo piano della vecchia amministrazione comunale di Soverato, talvolta con l’intermediazione di un commerciante del luogo. Contatti che il politico soveratese avrebbe avuto direttamente anche con lo stesso Sia, mettendosi,sempre secondo la ricostruzione messa nero su bianco dalla Direzione distrettuale antimafia catanzarese, a disposizione del sodalizio in quelle occasioni in cui il gruppo cercava di inserirsi in attività economiche di valenza pubblica. Tripodi, tra l’altro, avrebbe anche tentato di stabilire relazioni a Montepaone, avvicinando elementi dell’apparato amministrativo.
Nell’ordinanza di fermo emergono poi presunte ingerenze del davolese Fiorito Procopio nell’àmbito di attività dei Comuni di Davoli e San Sostene, attraverso l’interposizione di prestanome e una diretta influenza su pubblici impiegati, in modo da poter spaziare nell’àmbito di appalti legati alla realizzazione di opere pubbliche.
Accanto a questi contatti "pericolosi", dalle numerose intercettazioni telefoniche oltre che la comunanza di interessi tra le varie famiglie della cosca, emerge anche la capacità di penetrare parti insospettabili delle istituzioni. Basti pensare ai presunti rapporti con un carabiniere (non operativo nell’àmbito della Compagnia di Soverato) delineati nell’ordinanza di fermo.
Sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti il gruppo "Sia-Tripodi-Procopio" avrebbe potuto contare sul militare: «Todaro Domenico e Todaro Vincenzo – si legge nell’ordinanza – all’atto dell’avvio della loro collaborazione premettevano la volontà di evitare che quanto da loro dichiarato fosse portato a conoscenza» del carabiniere conosciuto da loro come "u scelto" «poiché ritenuto contiguo a Sia Vittorio e Tripodi Maurizio, asserendo di averli più volte notati insieme». Il militare dell’Arma, tra l’altro, aveva avuto la categorica disposizione dai vertici dell’Arma di astenersi da ogni attività riguardante il circondario di Soverato e, nonostante ciò, è stato sorpreso negli uffici del Comando mentre, il 13 marzo del 2010, stampava la fotografia di uno degli autori del tentato omicidio di Vittorio Sia: si trattava di Giovanni Angotti, l’unico tra i presunti attentatori che non era di Soverato.
Secondo gli investigatori «appare ragionevole ritenere che lo scopo per il quale cercava di portare fuori dalla sua caserma la foto del solo Angotti era quello di esibire tale documento proprio a Vittorio Sia».
La capacità di guardare con serenità al proprio interno da parte dell’Arma dei carabinieri emerge da una relazione di servizio interna alla Compagnia di Soverato, secondo la quale il militare "osservato speciale" avrebbe approfittato della sua vicinanza alla cosca per farsi "passare" informazioni sui movimenti dei loro avversari, in modo da farlo apparire come un abile investigatore e accrescerne così la credibilità presso i suoi superiori.
Un tentativo, questo, fallito miseramente. 
dalla Gazzetta del sud del 17 dicembre 2011

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