Nuovi guai per Mario Mongiardo

 È accusato di concorso nel tentato omicidio di Vittorio Sia (marzo 2010)

 

Francesco Ranieri
Sant’Andrea Jonio
Avrebbe procurato e fornito l’autovettura e le armi utilizzate per il tentato omicidio di Vittorio Sia, presunto esponente di spicco della mala soveratese, scampato a questo attentato del marzo 2010, per il quale i carabinieri della Compagnia di Soverato arrestarono quattro persone nel giro di poche ore.
È un nuovo pesante capo d’accusa quello che, sotto forma di ordinanza di custodia cautelare in carcere, ha raggiunto il 43enne Mario Mongiardo nel penitenziario di Rossano, dov’è detenuto in forza dei provvedimenti di carcerazione che lo hanno investito negli ultimi dodici mesi sulla scorta dell’inchiesta "Free Village" della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, su un presunto giro estorsivo ai danni di una nota struttura turistica di S. Andrea Jonio.
Ora per Mongiardo alle precedenti accuse si affiancano quelle messe in fila dai carabinieri del Comando provinciale dell’Arma in collaborazione con la Compagnia soveratese: concorso in tentato omicidio, porto e detenzione di armi clandestine e ricettazione, il tutto aggravato dalla modalità mafiosa. Secondo gli inquirenti avrebbe aiutato gli organizzatori del piano delittuoso fornendo loro l’occorrente per mettere in pratica l’omicidio (poi fallito) di Sia, perpetrato nel marzo 2010 da alcuni componenti della famiglia Todaro di Soverato.
Alla base di quel tentativo non riuscito ci sarebbe stato il desiderio di vendicare la scomparsa (un probabile caso di lupara bianca) del giovane Giuseppe Todaro, letteralmente sparito nel nulla nel dicembre 2009. Un fatto del quale Domenico Todaro, 50 anni, e Vincenzo Todaro, 29, (rispettivamente padre e fratello di Giuseppe) avrebbero ritenuto responsabile proprio Vittorio Sia. Assieme a Giovanni Angotti, 42 anni, e a Daniela Iozzo, 29 anni, fidanzata di Giuseppe, avrebbero dunque pianificato le modalità per "punire" il presunto boss. Ma i loro calcoli non andarono a buon fine: Sia, a bordo della sua auto, scampò all’agguato tesogli nel centro di Soverato Superiore e la precipitosa fuga del commando non portò nell’ombra cercata i presunti protagonisti. I carabinieri soveratesi, guidati dal capitano Emanuele Leuzzi, nel giro di poche ore, rintracciarono infatti la vecchia Fiat "Uno" utilizzata dal gruppo nei pressi del torrente Ancinale. A bordo anche una bottiglia di benzina che sarebbe servita, presumibilmente, per dare fuoco al veicolo distruggendo così ogni eventuale loro traccia. Le cose, però, non andarono così e i militari – che di lì a poco avrebbero fermato i quattro – nelle vicinanze della Fiat trovarono anche delle armi: un fucile calibro 12 a canne mozze e 2 pistole, una beretta 7.65 con matricola abrasa e una scacciacani, assieme a varie munizioni. Parte di questo equipaggiamento, dunque, sarebbe stato fornito, stando sempre alla ricostruzione dei carabinieri e avallata dal gip catanzarese, proprio da Mongiardo. Nell’àmbito delle indagini sul tentato omicidio, si era peraltro registrata la decisione di collaborare presa dai due Todaro e da Angotti, che avevano confessato quanto accaduto e chiesto altresì di beneficiare del programma di protezione. 
dalla Gazzetta del Sud del 25 ottobre 2011

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