Nelle relazioni familiari la possibile spiegazione del delitto

Soverato – Tre colpi di pistola: due al fianco, uno (quello di grazia) alla testa. È stato ucciso con evidenti modalità mafiose Ferdinando Rombolà, il 40enne freddato domenica pomeriggio sulla spiaggia nord di Soverato, sotto gli occhi della moglie Margherita e del figlioletto. Emergono elementi interessanti sul fronte dei possibili collegamenti al quadro criminale della zona, nel quale s’inserirebbe quest’ultimo efferato omicidio messo in atto con lucida spietatezza da un sicario. I carabinieri della Compagnia di Soverato e quelli del Comando provinciale di Catanzaro stanno cercando di far luce sull’accaduto, scavando nel passato e nelle parentele e amicizie della vittima. Proprio la sezione "parentele" vede Ferdinando Rombolà legato alla famiglia Todaro di Soverato Superiore, rivale storica della famiglia Sia guidata dal presunto boss Vittorio, ucciso lo scorso 22 aprile: la moglie di Rombolà, Margherita, è infatti sorella di Daniela Iozzo, fidanzata di Giuseppe Todaro, scomparso nel nulla lo scorso dicembre. Proprio Daniela Iozzo è attualmente agli arresti domiciliari: secondo le forze dell’ordine avrebbe infatti partecipato a un tentato omicidio ai danni di Vittorio Sia (nel gennaio scorso), perpetrato assieme ad altre tre persone che si trovano a loro volta in carcere: Domenico Todaro, Vincenzo Todaro e Giovanni Angotti. Rombolà era anche vicino ai gemelli Vito e Nicola Grattà, uccisi a Gagliato lo scorso 11 giugno, in quello ritenuto dagli inquirenti un agguato in risposta proprio all’omicidio Sia. Si è dunque di fronte a un quadro denso di intrecci, che le forze dell’ordine coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro stanno cercando di dipanare, per scovare alleanze e contrapposizioni sul territorio. Ieri, intanto, è stato conferito l’incarico per l’esame autoptico sul corpo del 40enne soveratese al patologo forense dell’Università Magna Græcia di Catanzaro, prof. Giulio di Mizio, che lo eseguirà nelle prossime ore. I precedenti di Rombolà – che non aveva un lavoro fisso e svolgeva attività di servizio d’ordine in eventi pubblici – si riferiscono al 2006, quando aveva patteggiato una pena di quattro anni e 4 mesi di reclusione dopo essere stato trovato in possesso di 700 grammi di cocaina. Un’altra condanna (a due anni e 4 mesi) era arrivata nel 2008 per detenzione illegale di arma da fuoco. La sua morte – che potrebbe inserirsi nella guerra tra aspiranti cosche e quelle consolidate – ha avuto dunque modalità eclatanti, visto il luogo dov’è avvenuta, con la gente ancora in spiaggia. Un’esecuzione calcolata che si aggiunge alla lunga serie di altre morti che hanno insanguinato il basso Jonio e le Preserre, mostrando la rapidità decisionale dei gruppi criminali.

Gli omicidi avvenuti nel Soveratese potrebbero così essere frutto del tentativo di alcuni gruppi criminali di "mettersi in proprio": Vittorio Sia, secondo gli inquirenti, aveva infatti creato un proprio "locale" nella città jonica, stringendo alleanze con gli altri vertici dei paesi limitrofi, i Procopio-Lentini di Davoli e i Vallelunga di Serra San Bruno, oltre che con gli Arena di Isola Capo Rizzuto e i Costa di Siderno. Un modo per garantirsi il pieno controllo su appalti pubblici, estorsioni e traffici illeciti: dalle sostanze stupefacenti alle armi. Una scelta che, con ogni probabilità, potrebbe aver fatto scattare la reazione da parte di qualche suo "superiore", scatenando così la martellante serie di omicidi tra opposte fazioni.

(Francesco Ranieri – Gazzetta del Sud del 24/08/2010)

Aggiungi un commento

Vostro Commento