‘Ndrangheta, 17 arresti grazie alla testimonianza di Lea Garofalo

Operazione in molte regioni d’Italia, da Nord a Sud. In manette i colpevoli di almeno sette omicidi in una guerra fra cosche. Preso anche il boss Nicolino della cosca di Cutro. Decisive le rivelazioni della collaboratrice di giustizia fatta uccidere a Milano dal marito e poi bruciata

CROTONE – Il suo coraggio, pagato con la vita, continua a dare frutti: i carabinieri di Crotone hanno eseguito 17 arresti contro ndranghetisti della zona di Crotone colpevoli di almeno 7 omicidi accaduti tra il 1989 e il 2007, in una guerra tra cosche. Gli arresti sono avvenuti grazie alle testimonianze di Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia uccisa, bruciata e gettata in un tombino quattro anni fa a Milano.

Tra gli arrestati c’è anche Nicolino Grande Aracri, ritenuto il capo dell’omonima cosca di Cutro. In particolare gli arresti riguardano vertici e affiliati al clan Comberiati di Petilia Policastro, ma dalle indagini sono emersi collegamenti importanti anche con altre realtà di ‘ndrangheta del crotonese come appunto quella dei Grande Aracri di Cutro. Il boss Nicolino è stato uno dei protagonisti della guerra tra cosche durata un trentennio, dalla fine degli anni ottanta agli anni 2000.

Arresti e perquisizioni sono stati eseguiti anche in altre regioni, tra cui l’Emilia Romagna, dove da anni le cosche del Crotonese concentrano i loro interessi. Oltre che in Calabria e in Emilia Romagna, l’operazione è in corso anche in Lombardia, Piemonte, Campania e Abruzzo. Agli arrestati sono accusate di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio aggravato, porto e detenzione di armi e materie esplodenti,produzione e traffico di sostanze stupefacenti, ricettazione.

Lea Garofalo, moglie di boss, figlia e sorella di boss, non voleva accettare la vita delle ndrine. Si ribellò e parlò. Il marito, Carlo Cosco, la fece sequestrare e uccidere. Ma non uccidere e basta: voleva che diventasse niente. La uccisero e la bruciarono. Si disse anche per un periodo che l’avevano sciolta nell’acido. Non era vero, ma l’idea dell’annientazione della pentita è la stessa. Di lei sono rimasti duemilaottocentododici frammenti ossei recuperati in un tombino. E il ricordo, forte, in quella Milano che la vide morire. E le testimonianze.

Perché Lea, prima che il marito la facesse scomparire, aveva fornito un importante contributo per svelare gli affari delle cosche della ‘ndrangheta del Crotonese. Rivelazioni preziose, come dimostrano ancora una volta gli arresti di oggi.

Dimenticavo la fonte: la repubblica del 29/10/2013

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