“Meta”, ecco la nuova concezione della ‘ndrangheta

Colpo di scena nel processo – ormai al termine – contro i clan reggini. Il pm Lombardo ha chiesto al Tribunale la modifica del capo A delle imputazioni

 

REGGIO CALABRIA Colpo di scena al processo Meta. Il procedimento, dopo quasi due anni di dibattimento, è giunto ormai alle battute finali e il pm Giuseppe Lombardo ha chiesto al Tribunale di Reggio presieduto da Silvana Grasso, la modifica del capo A delle imputazioni. Ma il nuovo capo di imputazione, cucito addosso a Giuseppe De Stefano, Pasquale Condello, Giovanni Tegano, Pasquale Libri e Domenico Condello all’esito di migliaia di testimonianze e acquisizioni investigative, non rappresenta solo un nuovo problema per imputati che rischiano lunghissime pene detentive. Quella illustrata dal pm Lombardo è una concezione nuova della 'ndrangheta, che concepisce, prefigura e spiega quel “terzo livello” che lega 'ndrine e rappresentanti della politica, dell’economia e delle istituzioni, ma soprattutto disegna le relazioni che legano l’organizzazione militare “visibile” a quei «soggetti appartenenti al medesimo sistema criminale inseriti in più elevati  ambiti decisionali in parte occulti a cui carico si procede separatamente». Ed è alla luce di questa nuova concezione che Giuseppe De Stefano, Pasquale Condello, Giovanni Tegano, Domenico Libri «costituiscono e compongono un articolato organismo decisionale di tipo verticistico di cui dirigono e compongono l’azione strutturato in ossequio alle tendenze evolutive registrate al termine della seconda guerra di mafia, 1985-1991». Un conflitto che ha riscritto le regole e forse anche la natura e il ruolo dei clan che vi hanno partecipato e che ha partorito un organismo di vertice di cui i De Stefano, i Condello, i Libri e i Tegano sono il nome e il volto finalizzato «a dotare anche la componente visibile dell’organizzazione di cui fanno parte di una struttura gerarchica piramidale di più moderna concezione maggiormente in grado di garantire l’impermeabilità informativa, l’agilità operativa, il proficuo perseguimento degli scopi programmati e la compiuta interrelazione con gli ulteriori soggetti a cui carico si procede separatamente dotati di cariche invisibili e inseriti nel più ampio sistema criminale di riferimento». Il direttorio dei clan è dunque – spiega il pm Lombardo – l’anello di congiunzione fra la 'ndrangheta visibile, quell’associazione di tipo mafioso armata, «presente e operante nel territorio della provincia di Reggio Calabria, in territorio nazionale e all’estero, costituita da numerosi locali, articolata in tre mandamenti e con un organo di vertice collegiale denominato provincia», e gli elementi invisibili, parte dello stesso sistema criminale, che con la struttura militare e visibile non hanno formalmente nulla a che fare, ma che con essa condividono obiettivi e propositi. Obiettivi che si traducono in precisi delitti posti in essere contro «la persona, il patrimonio, la pubblica amministrazione, l’ordine pubblico, la personalità interna ed internazionale dello Stato, i diritti politici del cittadino, l’amministrazione della giustizia e l’attività giudiziaria, l’economia pubblica, l’industria e il commercio». Ma l’organizzazione, forte «del peso criminale di dato sistema nel quale la predetta opera», ha puntato anche più in alto, accaparrandosi «direttamente o per interposta persona fisica o giuridica la gestione o comunque il controllo di attività economiche finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti, di concessioni o autorizzazioni, appalti e servizi pubblici». Attività economiche – specifica il pm Lombardo, probabilmente con un occhio anche a quell’operazione Breakfast tutt’ora in via di approfondimento ed esecuzione, «di carattere nazionale» e dirette a «realizzare vantaggi ingiusti per i sodali, per i concorrenti esterni, per i contigui», e che si affiancano alla riscossione di un’enorme mole di denaro proveniente dalle tangenti. Ma per realizzare tali obiettivi, la 'ndrangheta visibile – di cui l’organismo direttivo che De Stefano, Tegano, Condello e Libri compongono è la massima espressione – deve anche realizzare le condizioni operative necessarie. È anche per questo che il pm Lombardo contesta loro di aver agito per «impedire o ostacolare il libero esercizio del voto, procurare voti agli associati, ai concorrenti esterni, ai contigui o ad altri in occasione di consultazioni elettorali», ma anche di «gestire attraverso il capillare controllo del territorio di appartenenza un enorme bacino di voti, da canalizzare verso esponenti politici compiacenti, nell’ambito di un rapporto sinallagmatico condizionato dagli accordi stipulati e dai vantaggi promessi o accordati, destinato a favorire non la singola articolazione ma il sistema criminale nel suo complesso». Votare il candidato amico, vicino o semplicemente scelto dalla 'ndrangheta significa dunque non favorire semplicemente la singola cosca, ma l’intera 'ndrangheta reggina, consolidando quella «struttura di vertice, destinata innanzitutto a pianificare le attività criminali dirette soprattutto a interferire con l’esercizio delle funzioni degli organi decisionali operanti in ambito politico, istituzionale, informativo, finanziario, imprenditoriale, bancario ed economico». E in questo direttorio – ha spiegato il pm Lombardo all’esito del dibattimento e delle testimonianze anche di decine di collaboratori che hanno chiarito storia e ruoli – è possibile individuare ambiti definiti e funzioni distinte per ciascuno dei componenti di «quell’organismo decisionale destinato a gestire l’organizzazione unitaria delle attività delittuose con particolare riferimento alle iniziative economiche imprenditoriali e della riscossione di quantità di denaro a titolo di tangenti». Se Giuseppe De Stefano, ne è il «vertice operativo, per aver ricevuto da Pasquale Condello, che a sua volta aveva preso il posto di Paolo De Stefano, la carica di Crimine e il conseguente potere», il superboss arrestato nel febbraio 2009 «prende parte all’organismo decisionale quale soggetto collocato al vertice nella scala gerarchia della struttura visibile della 'ndrangheta reggina, al fine di supportare l’azione di comando di Giuseppe De Stefano, a lui subentrato nella carica di Crimine, con cui condivide profitti illeciti, svolgendo attività di direzione e collegamento, quest’ultima con l’ausilio del cugino Domenico Condello». Un ruolo che condivide con Giovanni Tegano e Pasquale Libri, cui è toccato anche il delicato compito di «custode e garante delle regole che il fratello Domenico Libri aveva contribuito a scrivere nel 1991 al termine della seconda guerra di mafia». È questo il direttorio della ndrangheta reggina portato alla sbarra dal pm Giuseppe Lombardo al processo Meta. È questo l’organismo decisionale che dal quartiere periferico di Archi è riuscito ad allungare i propri tentacoli sui nodi nevralgici del sistema Reggio. (0050)

Alessia Candito

dal Corriere della Calabria del 10/02/2014  

 

 

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