La ‘ndrangheta, il potere e la giustizia -Il successo nella lotta alle mafie non si misura con i latitanti arrestati-

Lorella Commodaro
«In 25 anni di carriera ho capito una cosa: chi è al potere non vuole una giustizia che funzioni! C’è bisogno di modifiche essenziali. Quando sentiamo: "Stiamo sconfiggendo la mafia", dicono il falso. Il successo non si dimostra con il numero di latitanti presi, ma dal numero dei commercianti dietro la porta di noi magistrati. Dobbiamo creare un sistema credibile; se un soggetto condannato per mafia fa di carcere solo sei anni, dov’è la convenienza a non delinquere?». Non le manda a dire Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria e autore prestigioso di testi sulla mafia (il più noto, "Fratelli di sangue", in collaborazione con Antonio Nicaso e Michele Borrelli), che ieri pomeriggio ha incontrato i ragazzi del liceo "De Nobili" – preside Francesco Graceffa – in un auditorium Casalinuovo gremito anche di cittadini intervenuti per applaudire il noto magistrato impegnato da anni alla lotta contro la ‘ndrangheta.
L’incontro, "’Ndrangheta: il silenzio colpevole" arriva al culmine di un progetto che ha visto gli allievi dell’istituto documentarsi per tutto l’anno scolastico sulle attività mafiose, supportati dal professor Mario Casaburi, autore del volume "La borghesia mafiosa" (con la collaborazione in due capitoli dal procuratore antimafia Emilio Ledonne). Referenti, i professori Gaetano Mancuso, Amelia Roberto, Anna Melinda Mostaccioli con il supporto dell’assistente tecnico Adelaide Deblasio.
Torniamo al giudice Gratteri, a quel suo modo pacato ma duro di arrivare al cuore del problema, a trovare grande stimolo dalla domanda posta dallo studente Raffaele Felicetti per attaccare il sistema giudiziario italiano, riflettendo sui nodi della giustizia e sui grossi errori, dall’indulto voluto da Mastella («I mafiosi aspettano indulti e amnistie che li faccia tornare in libertà, la dobbiamo smettere con sconti e premi, io personalmente butterei la chiave») per attaccare quindi gli sperperi derivanti dalla lungaggine burocratica, dall’impiego di uomini e mezzi anche per ciò che concerne la trasmissione delle notifiche, per puntare il dito contro gli "inutili tribunali", 20 secondo il magistrato, che potrebbero essere aboliti, le risorse impiegate altrove, ma almeno «si risparmia sui costi, riscaldamento, telefonia, e quant’altro». E, rivolto ai ragazzi, oggi schiavi «di una televisione spazzatura, che vi abitua ai falsi modelli dove non occorre studiare, dove se non sai la tabellina del cinque arrivi comunque sulle copertine patinate dei settimanali», li ha spronati affermando: «Alla base di tutto c’è la cultura, se all’Università arrivate a 18, a 20, lasciate stare: se avete un pezzetto di terreno, costruite una serra, vi servirà per vivere con onestà e a non abbassarvi a compromessi in una società che "premia" i delinquenti e i raccomandati. Ricordatevi che un carpentiere guadagna quanto un piccolo "ragazzo di mafia", ma il carpentiere la notte dorme tranquillo, il mafioso no».
Brillanti gli interventi del professor Casaburi che ha sottolineato l’importanza del ruolo delle donne di mafia; dell’onorevole Simona Dalla Chiesa, che ha letto la scelta coraggiosa del padre, il generale Carlo Alberto trucidato con la moglie Emanuela Setti Carraro, definendola «una scelta d’amore voluta in segno di quella democrazia in cui tutti i cittadini possono rispecchiarsi», nonché il questore Vincenzo Roca, che ha raccontato molti episodi vissuti in Sicilia, in particolar modo quello della strage di Giovanni Falcone di cui proprio ieri ricorreva il diciannovesimo anno dalla barbara uccisione.
dalla Gazzetta del Sud del 24 maggio 2011

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