La forza (vera) della ‘ndrangheta

Quando abbiamo parlato del secondo pilastro sul quale si sorregge la ‘ndrangheta, abbiamo fatto riferimento al ruolo, essenziale, rivestito da apparati dello Stato, più o meno deviati, i quali, per ragioni che vanno da esigenze istituzionali di sicurezza  a meno nobili  interessi politici ed economici contingenti, hanno avuto ed hanno tuttora rapporti stabili con le cosche più potenti, in un rapporto di scambio dai contenuti occulti e impenetrabili. Si era fatto, a titolo di esempio, il caso del commercialista Giovanni Zumbo e mai esempio fu più calzante, alla luce del contenuto delle sue più recenti dichiarazioni rese ai magistrati della Dda di Reggio Calabria che lo hanno interrogato qualche mese fa.
Si premette che se ne parla in questa sede solo ai fini delle considerazioni di carattere generale che se ne possono trarre. Dalla loro lettura si trae piena conferma di quanto affermato nel precedente articolo (Corriere della Calabria n. 12, ndr) e si può procedere sul piano della ricostruzione del quadro complessivo dei rapporti sopra delineati. In primo luogo appare confermato l’intreccio tra ‘ndrangheta e poteri occulti di vario genere: Zumbo ammette di fare parte di una loggia massonica e, nel contempo, di essere in rapporto con i Servizi. Se le due appartenenze siano collegate ovvero se siano strumentali l’una rispetto all’altra non è dato sapere, ma certamente il dato è inquietante e autorizza le ipotesi più varie circa l’interesse ad avere rapporti con una struttura criminale da parte di soggetti che dovrebbero esserle estranei (come nel caso della massoneria), o con funzioni di prevenzione e contrasto (come nel caso dei Servizi). Ma c’è di più. Il giovane commercialista ammette di aver fatto ritrovare alle forze dell’ordine, in più riprese, armi ed esplosivi, e di essere stato a conoscenza dell’autovettura con all’interno armi, ritrovata il 21 gennaio del 2010, giorno della visita a Reggio Calabria, del Presidente della Repubblica (salvo poi  affrettarsi a smentire la circostanza). Forse, la prosecuzione delle operazioni tecniche di intercettazione in casa Pelle, interrotte dopo poco più di un mese, per asserite esigenze processuali, avrebbe consentito di acquisire più rilevanti e decisive informazioni, e dunque bisogna limitarsi al pur ragguardevole materiale esistente.
Le dichiarazioni di Zumbo aprono comunque scenari nuovi e, si ripete, inquietanti, sotto vari aspetti. Anzitutto, quei collegamenti e quei rapporti, per la prima volta disvelati nel corso dell’Operazione Olimpia, non appartengono al passato, ma fanno parte della storia presente. Negli anni 90 ne parlarono numerosi collaboratori di giustizia, sia pure con non poche reticenze, da Lauro a Barreca, da Fonti a Serpa, da Albanese a Schettini. L’elenco non esaurisce l’arco delle collaborazioni in questa direzione ed altri elementi furono frutto delle indagini condotte aliunde. Erano gli anni in cui presenze inquietanti di uomini della ‘ndrangheta vennero rilevate in occasione di alcuni degli episodi più cruenti degli anni di piombo. Mi riferisco alla strage di Piazza Fontana, a quella di Piazza della Loggia, all’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, al sequestro ed all’omicidio di Aldo Moro. C’è un passaggio significativo che vale la pena di ricordare. Nella prima metà degli anni 70 praticamente tutti i boss della ‘ndrangheta reggina spostarono i loro interessi criminali su Roma, tutti insieme. Alcuni vi si insediarono stabilmente, altri frequentavano la capitale pur senza abitarvi. Quello fu probabilmente il momento di più intenso collegamento tra ‘ndrangheta, Servizi deviati, destra eversiva, anche tramite la banda della Magliana, che in quegli anni conosceva il punto massimo di attività. I nomi sono noti: Salvatore Mammoliti, Domenico Papalia, Antonio D’Agostino, Domenico Libri, Pasquale Condello, Paolo De Stefano. E infatti il 18 ottobre 1975 la squadra mobile di Roma accertava lo svolgimento di una riunione presso il ristorante “Il Fungo”, in zona Eur, alla quale partecipavano tra i calabresi il latitante Saverio Mammoliti, Giuseppe Piromalli, Paolo De Stefano, Pasquale Condello e i romani  Giuseppe Nardi, Manlio Vitale e  Gianfranco Urbani.
Le dichiarazioni rese alle Dda di Torino e Reggio Calabria dal collaboratore Cesare Polifroni consentono di capire il fitto intreccio tra ‘ndrangheta, riciclaggio dei riscatti dei sequestri di persona (all’epoca al massimo livello di intensità) e massoneria deviata. E d’altra parte  il sostituto Vittorio Occorsio, nel periodo in cui venne ucciso lavorava ad una indagine relativa all’acquisto della sede a Roma dell’Ompam (Organizzazione mondiale per l’assistenza massonica). In quei giorni l’attività del magistrato dovette essere frenetica se è vero che si era incontrato con un giudice di Zurigo circa i canali di riciclaggio del denaro "sporco" proveniente dai sequestri di persona, e che, proprio due giorni prima del 10 luglio 1976 aveva convocato nel suo ufficio Licio Gelli, interrogatorio che non avvenne per l’uccisione del magistrato. L’assassino di Occorsio fu Pier Luigi Concutelli, più volte ospite della cosca De Stefano a Reggio Calabria, che risultò avere trascorso parte della latitanza in Roma, in un covo utilizzato anche da Paolo De Stefano.
La stagione romana si interruppe bruscamente proprio con l’omicidio di Aldo Moro. Tutti rientrarono nelle loro sedi, ma è ragionevole ritenere che i rapporti con i Servizi  non si siano mai interrotti e che abbiano costituito un elemento costante e imprescindibile. Le vicende della fuga di Freda del 1979 e l’ospitalità ricevuta in tre diverse abitazioni di esponenti di vertice della ‘ndrangheta (Vernaci, Barreca, Vadalà) sono lì a confermare la prosecuzione di quei rapporti, rafforzati dalle visite che il Freda riceveva in casa Barreca da esponenti della politica, delle istituzioni, alcuni dei quali di appartenenza piduista, in vista di piani eversivi, tra i quali il mai abbandonato progetto separatista. Negli anni 2000 le tracce di questo genere di rapporti, che apparivano attenuate, ripresero a riemergere progressivamente sino ad imporsi negli ultimi anni in maniera prepotente e ormai non più discutibile. È probabile che quella momentanea oscurità sia stata frutto di disattenzione investigativa o del venir meno del contributo in questa direzione dei collaboratori di giustizia per quantità e qualità, ma certo le vicende reggine dell’ultimo decennio reclamano una nuova approfondita attenzione a livello investigativo ma anche politico e parlamentare.
Non siamo più davanti ad un problema contingente, a rapporti cioè che possono trovare spiegazione in situazioni di emergenza (vedi la rivolta per Reggio capoluogo degli anni 70 o la strategia della tensione), ma ad un rapporto sistemico che si rinnova quanto alle persone, ma le cui logiche permangono sostanzialmente immutate. Un rapporto di scambio innaturale e illegittimo, di cui non è dato conoscere i termini, ma che, è bene ripetere, condiziona grandemente le vicende economiche, politiche ed istituzionali della Calabria e non solo. In fondo anche le recenti vicende reggine, che tanto appassionano le cronache locali, possono essere lette alla luce di quelle passate. Appaiono comuni gli obiettivi e le strategie, in particolare quella che fa riferimento, secondo un refrain ricorrente, alle “lotte” interne al Palazzo di giustizia, in passato usate come clava per colpire chi aveva fatto luce sui rapporti e le collusioni con i vari poteri occulti, oggi ripresa come causa scatenante la serie di attentati del 2010! Nell’uno e nell’altro caso quel richiamo è servito più a fomentare “le guerre intestine” che a placarle, secondando interessi criminali ed affaristici che muovono le fila nell’ombra.
A questo punto c’è da augurarsi che a livello investigativo le emergenze probatorie emerse in questi ultimi anni (e sono ormai tante, da Chiefari a Zumbo, dalle microspie alle bombe dentro e fuori i palazzi, dalle fughe di notizie ben orientate ai tentativi di depistaggio organizzati nel corso della vicenda Fortugno, e molto altro ancora), possano essere ricondotte ad unità e fondare, finalmente, ciò che in passato per vari motivi non è stato possibile completare sino in fondo. Ricostruire, cioè, almeno a livello regionale, la rete dei rapporti tra ‘ndrangheta e poteri occulti, individuare strategie ed obiettivi, responsabilità a vari livelli. In questa ricerca la politica dovrà dare il suo contributo di pieno sostegno. Il Copasir e la commissione parlamentare Antimafia, nei rispettivi ambiti di competenza, dovrebbero puntare la propria attenzione su queste vicende, perché è attraverso esse che sarà possibile individuare i punti di forza di una organizzazione come la ‘ndrangheta, più che dai suoi connotati, peraltro noti da tempo, di tipo organizzativo.

di Vincenzo Macrì  (Magistrato)

dal Corriere della Calabria

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