Imprenditore ammazzato a fucilate davanti alla sua cava

MONTAURO Il 45enne Francesco Chiodo era coinvolto nell’operazione antimafia Showdown: il 13 marzo sarebbe iniziato l processo a Catanzaro

CATANZARO. Ennesimo omicidio, maturato quasi certamente negli ambienti della criminalità organizzata, nella fascia jonica della provincia di Catanzaro. A cadere sotto i colpi dei sicari, ieri sera, è stato il 45enne imprenditore Francesco Chiodo, residente a Gasperina, ammazzato a colpi di fucile mentre stava chiudendo il cancello della sua cava, a Montauro Superiore, pronto ormai a fare rientro a casa; ad avvertire le forze dell’ordine sono stati proprio i familiari dell’uomo allarmati dal suo mancato ritorno. Sul luogo del delitto sono intervenuti i Carabinieri del Compagnia di Soverato, al comando del tenente Saverio Sica, e quelli del Reparto operativo provinciale di Catanzaro alla guida del colonnello Giorgio Naselli. I rilievi sono proseguiti per tutta la notte, alla ricerca di eventuali tracce utili alle indagini. Si sa ancora molto poco sulla dinamica: quasi certamente il killer ha atteso la vittima davanti alla cava, per intervenire nel momento ritenuto più opportuno. Chiodo non avrebbe avuto scampo: sarebbe morto sul colpo sotto una raffica di colpi di fucile. Soltanto l’autopsia, che sarà eseguita nelle prossime ore, chiarirà quanti colpi sono andati a bersaglio. Avvisato ieri sera il magistrato di turno presso la Procura del capoluogo, inevitabilmente il fascicolo ottimale, dalle prime indagini sarebbe già emerso qualche particolare che potrebbe chiarire meglio la vicenda e imprimere una svolta alle indagini. È infatti possibile che le due vittime siano state prima attirate in un tranello e successivamente uccise in una zona diversa rispetto al luogo del rinvenimento dei cadaveri. Una volta compiuto il duplice omicidio, i due corpi sarebbero stati legati e nascosti dai killer nel bagagliaio dell’auto di proprietà di Francesco Coluccio, portati in aperta campagna e qui bruciati con tutta la macchina. Un interrogativo sorge però spontaneo: perché i killer dopo aver ucciso i due non hanno abbandonato i cadaveri sul luogo stesso? Perché sobbarcarsi la fatica, e soprattutto i rischi, del trasporto in altro luogo? Una decisione, quella di spostare i corpi, che potrebbe essere stata presa con l’intento di depistare le indagini o quantomeno rendere difficile il compito agli investigatori. Sull’orribile vicenda vige, comunque, il massimo riserbo da parte degli inquirenti, anche perché al momento sono tanti i punti oscuri da chiarire e da capire. Dopo i primi e difficili rilievi effettuati sul luogo del ritrovamento dei due cadaveri, i corpi carbonizzati delle due persone trovate all’interno dell’autovettura Alfa Romeo 147 sono stati portati, nella tarda serata di ieri, all’obitorio di Locri su disposizione dell’autorità giudiziaria competente.3 passerà già nelle prossime ore alla Dda. Chiodo non era nuovo alle cronache giudiziarie. A dicembre del 2011, infatti, era stato colpito da un’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione “Showdown” condotta dalla Direzione distrettuale antimafia sulla base di accurate indagini svolte dai Carabinieri del colonnello Naselli. L’inchiesta portata a termine in due diverse tranche, una scattata all’alba del 15 dicembre 2011 e una che risale al 10 maggio scorso, secondo gli inquirenti avrebbe alzato il velo su una serie di fatti di sangue che hanno macchiato la zona jonica della provincia di Catanzaro, in particolare il Soveratese. Gli inquirenti, nel dettaglio, avrebbero ricostruito i contrasti interni sorti tra gli schieramenti una volta uniti dei Sia e dei Todaro, sostenuti rispettivamente dalla cosche Vallelunga e Novella da un lato e Gallace dall’altro. Una frattura che avrebbe portato a una vera e propria guerra di mafia con decine di omicidi commessi tra il 2009 e il 2011. Le manette intorno ai polsi di Chiodo sono scattate il 16 dicembre 2011. L’uomo, sfuggito in prima battuta alla cattura, ha deciso di presentarsi spontaneamente ai Carabinieri di Soverato qualche giorno dopo la raffica d’arresti. Il 45enne era accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso e, secondo gli inquirenti, avrebbe intrattenuto rapporti sin dal 2007 con la presunta cosca Sia-Procopio-Tripodi, nell’ambito dell’edilizia e del movimento terra, settore nel quale era impegnato professionalmente. Scarcerato insieme ad altri indagati, era stato recentemente rinviato a giudizio dal Gup di Catanzaro: il processo nei suoi confronti sarebbe iniziato il prossimo 13 marzo. Molteplici le piste battute dagli inquirenti, che stanno scavando nel passato dell’uomo con l'intento di collocarlo nel complesso scacchiere della criminalità del Soveratese in continuo mutamento, peraltro alla luce delle dichiarazioni di alcuni indagati che hanno deciso di collaborare con la Giustizia. Pochi giorni fa i Carabinieri hanno tratto in arresto l’ultimo latitante dell’operazione “Showdown”, Davide Sestito, sorpreso in Germania dopo quattordici mesi di latitanza. Appena lunedì scorso, invece, a Vallefiorita – altro centro collinare della zona jonica catanzarese – sono caduti sotto i colpi dei sicari i coniugi Giuseppe Bruno e Caterina Raimondi. Secondo gli inquirenti Bruno, dopo l’uccisione del fratello Giovanni, avrebbe assunto la guida della criminali Francesco Chiodo tà locale.3(g.l.r.)
dalla Gazzetta del Sud del 22 febbraio 2012

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