Fiumi di denaro dallo spaccio

Tante anche le armi a disposizione dei sodalizi criminali del basso Jonio

L’inchiesta “Itaca Free Boat” rivela che i proventi della vendita della cocaina erano investiti in attività legali e illegali

Qualcuno pur di ottenere qualche dose di cocaina arrivava persino a “vendere” agli spacciatori la propria automobile. È uno dei tanti elementi che emerge dalle carte dell’inchiesta “Itaca Free Boat” con la quale la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha colpito il clan “Gallace-Gallelli”. Il fatto che qualcuno possa arrivare a privarsi di un proprio bene pur di acquistare la droga la dice lunga non solo sulla sua debolezza e assoggettamento al vizio ma anche sull’aggressività che, evidentemente, caratterizzava coloro che si occupavano dello spaccio e costituivano così i “rappresentanti commerciali” del clan che smerciava cocaina nel territorio. Forti erano i movimenti di spaccio sulla piazza di Soverato ma l’attività di vendita si estendeva sull’intero comprensorio. «Per ovviare alla mancanza di denaro contante, gli acquirenti erano costretti a cedere alcune delle autovetture in loro possesso; detti automezzi – scrivono gli inquirenti – risulteranno effettivamente nella disponibilità dei soggetti guardavallesi o personaggi a loro contigui». E la cocaina veniva anche chiamata «bottiglie di vino», «orologi», «quel discorso », termini che avrebbero dovuto ingannare eventuali “ascoltatori” di quelle conversazioni. Con i proventi dello spaccio, la cosca mafiosa dei Gallace accumulava fiumi di denaro: una fetta di quei ricavi venivano investiti in settori economici, legali e illegali, un’altra parte diventava invece sostentamento per le famiglie di quegli associati che si trovavano in carcere oppure era la “paghetta” per gli elementi operativi. A Natale e in occasione delle festività queste somme, assieme ai proventi dell’attività estorsiva, andavano a riempire le buste da consegnare ai propri compari e alle rispettive famiglie. È il pentito Antonino Belnome a fornire elementi importanti riguardo il traffico di stupefacenti e alla prassi di destinare parte di questi proventi illeciti ai carcerati, anche se col tempo questo legame va in genere affievolendosi. Ad esempio nel proprio caso Belnome ha affermato di aver utilizzato i soldi per pagare gli avvocati di alcuni affiliati o per recapitarli ai detenuti tramite i rispettivi parenti. Del resto, scrivono i magistrati, «per mantenere e accrescere il vincolo una delle priorità di un sodalizio mafioso è rappresentato dalla necessità di garantire l’assistenza economica agli affiliati e ai relativi nuclei familiari, anche al fine di evitare forme di dissociazione o collaborazione con la giustizia che comporterebbero conseguenti e gravi ripercussioni sull’organizzazione medesima». Insomma, poco veniva lasciato al caso, come del resto capita anche nell’ambito di altri gruppi criminali anche in altre parti d’Italia. Quanto, invece, ad altri settori nei quali la cosca Gallace sarebbe stata operativa i magistrati hanno inserito anche il capitolo riguardante la dotazione di armi e l’organizzazione “militare”. Sempre secondo le dichiarazioni rese dal pentito Belnome, le famiglie Ruga (operativa nel Reggino) e Gallace sarebbero «molto potenti» da questo punto di vista, precisando ai magistrati che «l’associazione può contare su diversi killer, affiliati capaci di uccidere, che fanno parte di veri e propri gruppi di fuoco che all’occorrenza si attivano l’utilizzo delle armi – si spiega ancora nell’ordinanza di “Itaca Free Boat” – è abituale per molti affiliati i quali sarebbero soliti effettuare la prova di armi nuove in terreni abbandonati e fuori mano». Qualcuno si sarebbe persino vantato di nascondere, in una delle abitazioni nella propria disponibilità, qualche pezzo «capace di fermare un carro armato » 
Francesco Ranieri
dalla Gazzetta del Sud del 15 Luglio 2013

Commento (1)

gigli sergio19 luglio 2013 alle 14:09

Che dire. A questo punto, legalizziamo le mafie. Rendiamole ufficiali SPA. Cosicche faranno ricca denunzia Dei redditi.Basta prendersi per il culo. Tanto ci marciano anche le forze dell’ ordine.

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