da discarica a nosocomio di lusso

Calabria, Villa Anya la struttura che Domenico Crea
volle a tutti i costi. Viaggio nel feudo della mafia sanitaria

Da discarica a nosocomio di lusso
ecco la clinica dei morti viventi

Sessanta posti letto per il grande investimento a trenta chilometri da Reggio
dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI

 

<B>Da discarica a nosocomio di lusso<br>ecco la clinica dei morti viventi</B>

Lo striscione affisso ieri ai balconi di villa Anya messa sotto sequestro dai carabinieri

MELITO PORTO SALVO (Reggio calabria) – La clinica dei morti viventi è sulla collina più alta. Le tre vecchiette hanno quasi un secolo l’una e sono imbambolate davanti alla finestra, bisbigliano frasi senza senso, forse pregano con lo sguardo perso verso il mare. Le infermiere le imboccano, stasera c’è pastina con l’olio e formaggio magro.

Loro sembrano indifferenti, lontane dai dolori e dagli orrori di questo lager mafioso a cinque stelle dove sopravvivono facendo ricco l’onorevole boss. Eccola qui la Sanità calabrese che brilla di fuori e ammazza di dentro. Eccola qui Villa Anya, la clinica dei morti viventi del dottore Domenico Crea, consigliere regionale e padrone di Melito Porto Salvo, quindicimila fra sudditi e vittime, trenta chilometri di rovina sulla vecchia statale che scende diritta fino a Reggio.

Somiglia proprio a una villa in mezzo a tutte quelle macerie della Calabria. L’ultimo sole che cala sul mar Ionio le dà uno splendore da brivido fra quei cubi di tufo che chiamano case, scheletri di cemento, saline abbandonate, la vecchia ferrovia. Eccola qui la cassaforte personale del mafioso che a volte si travestiva da politico e da politico faceva sempre il mafioso, una combinazione da sessanta posti letto e sessanta pazienti che per lui erano come sacchi della netturbe. Sacchi umani. Ogni sacco una retta. Ogni retta un po’ di soldi in più da investire. Sempre là, sempre nella Sanità calabrese, l’albero della cuccagna.

E’ sua Villa Anya, più sua di tutto quello che c’è intorno e che ha considerato tutto proprietà privata. "Dopo che mi sono mangiato un patrimonio, adesso rischio che mi perdo tutto per quel cornuto", imprecava l’onorevole boss quando un funzionario della Regione onesto, all’inizio della sua impresa, chiedeva certificati buoni e non carte fasulle per far nascere quella clinica nel deserto di Melito Porto Salvo. L’ha messo a posto il funzionario. Con qualche telefonata. Con i "consigli" di qualche amico dei paesi sopra Africo.

 

Chi saranno mai quelle tre vecchiette ultranovantenni che mangiano pastina con l’olio al tramonto? Saranno quelle vive o saranno quelle morte delle cartelle cliniche taroccate? Una sarà Maria? E l’altra con la vestaglia azzurra sarà Michelina? E la terza con lo scialle scuro sulle spalle sarà Domenica? Morte, vive, pagano tutte a Villa Anya. Paga la Regione. Paga la Sanità in contanti e sempre alla Premiata Ditta "Crea e Crea" di Melito Porto Salvo.

E’ dietro l’ultima curva Villa Anya. Ci sono le palme nane, il prato inglese, ci sono gigantesche anfore di terracotta e i parenti dei pazienti raccolti fuori dalla clinica "per la disgrazia capitata" ai loro benefattori che tanto hanno fatto per loro e per le loro famiglie. E poi le luci, tante luci che illuminano i tre piani di Villa Anya, le scale, la palestra, i saloni, le trenta ampie stanze, i lunghi corridoi e la mensa, tutto luccica, tutto profuma di disinfettante e di bergamotto in questa residenza un po’ ospedale e un po’ ricovero che il consigliere regionale Domenico Crea si è conquistato per conquistare Asl, assessorati, ospedali, funzionari regionali, medici, infermieri, commissari straordinari, direttori generali.

Villa Anya. I suoi muri sono fatti di ‘ndrangheta, i suoi pilastri e le sue fondamenta sono fatte di ‘ndrangheta. La frazione è quella di Annà, il paese di Melito Porto Salvo con le sue indecenze costruttive è più giù, sul mare.

I dipendenti sono 79. Tre i medici generici, due specialisti, uno psicologo, un assitente sociale, quattro educatori, quindici infermieri, una trentina di operatori sociosanitari, i portantini, due cuochi, gli amministrativi. E tutti, tutti rancorosamente oggi se la prendono con i carabinieri, con la Finanza, con i magistrati. Dicono: "La realtà è questa bella clinica non quelle intercettazioni rubate, parole solo parole. Questa è una clinica modello". Si sentono "mortificati" perché l’hanno chiamato l’ospedale degli orrori, si sentono "spiati" dalle microspie, si sentono perseguitati dagli sbirri "che sono dappertutto". Dice l’infermiere Francesco Reggio: "L’onorevole chiarirà tutto e noi siamo lavoratori onesti". Dice il medico Maurizio Romeo: "Qui funziona tutto a meraviglia, un esempio, un esempio per tutta la Sanità". Dice Pasquale Catanoso, nipote di una paziente ricoverata a Villa Anya da quando Villa Anya ha aperto: "Quando sarò vecchio e non più autosufficiente solo in un posto vorrò vivere, io mia moglie e tutta la mia famiglia: qui a Villa Anya". E’ il popolo di Melito Porto Salvo per la difesa della clinica dei morti viventi. E’ la Calabria che non vede e che non sente.

Dove c’erano le palme nane c’era una volta una discarica che l’onorevole boss ha trasformato in una miniera di diamanti. E’ cominciata così la storia di Villa Anya. Il resto l’ha fatto Domenico Crea per suo conto e per conto di quegli "amici" che gli portano voti e gli danno protezione. "Con quel cornuto sto risolvendo tutto, le cose non sono come devono essere", raccontava il boss onorevole quando, il 20 dicembre del 2001, sentiva già sua quella clinica ma alla Regione e all’Azienda ospedaliera di Reggio Calabria ancora qualcuno non firmava quello che doveva firmare. Aveva già nominato la moglie Angela amministratice unica di Villa Anya e "quel cornuto" – il solito burocrate che non ci vedeva chiaro – non si decideva ad aggiustare la pratica come doveva. Carte false che non "camminavano".

E poi c’era anche l’"agibilità" della clinica che non arrivava. Per la rete fognaria che il Comune di Melito Porto Salvo non aveva ancora collaudato. "Porco d.. a me intersessa solo quel certificato maledetto, non me ne fotte niente dell’allaccio", urlava ancora l’onorevole mafioso a un certo Nicola che terrorizzato non osava rispondergli. E Crea che che gli ripeteva: "Se quello fa qualche cazzata, parola d’onore, per una cosa di questa stavola lo ciunco". Lo ciunco, gli faccio male. Minacciava. Ordinava. Preparava i documenti. E gli altri obbedivano. Si erano tutti messi a lavorare giorno e notte a Melito Porto Salvo, per finire i lavori del depuratore e fare l’allaccio alla clinica del loro padrone. Quello che sapevano bene che era – così scrivono i magistrati nella loro ordinanza – "il cavallo vincente delle tre cosche dello Ionio". E’ nata così Villa Anya, la clinica dei morti viventi.

Il giorno dell’inaugurazione – quello che Domenico Crea aveva previsto per l’inaugurazione del suo lager a cinque stelle – l’onorevole boss era tirato come una corda di violino. Il Dipartimento regionale alla Sanità l’aveva fatto penare. Troppo. Troppo per uno come lui. Una mancanza di rispetto.

"Che fa, mi prendono in giro? Siccome io devo fare l’apertura, figghioli non è che devo venire là, se vogliamo essere delle persone serie", avvertiva Crea. Il direttore generale alla Sanità lo ascoltava e poi informava l’assessore regionale Gianfranco Luzzo (quello del precedente governo di centrodestra) e l’assessore faceva contento il boss onorevole. Un anno dopo anche l’Asl 11 di Reggio Calabria gli fa un contratto da 500 mila euro "per le prestazioni di ricovero".

Minacciavano tutti in famiglia. Anche il figlio Antonio, il direttore sanitario di Villa Anya. "Se mi incazzo non guardo in faccia nessuno, io sono liquido, perché siamo e ragionaniamo, ma se mi incazzo non guardo in faccia a nessuno.. il mio non me lo toglie nessuno: o me lo prendo con l’intelligenza o me lo prendo con la forza" diceva a un amico. E raccontava di suo padre: "Quando lui va all’Asl (di Reggio ndr) tutti si mettono sull’attenti".

Padre e figlio. Medico uno e medico l’altro. Lo stesso marchio, la stessa prepotenza. Finanziatore Domenico – con i risparmi "tenuti dentro il materasso" – e direttore sanitario Antonio. Davano ordini a Villa Anya. E all’Asl. E al Dipartimento Sanità della Regione. E quando i loro ordini non bastavano, allora gridavano "cornuti" a tutti e poi chiamavano i loro amici della Locride. I soldi, a Villa Anya, prima o poi arrivavano sempre.

(repubblica on-line del 30/01/08)
(30 gennaio 2008)

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