Che cosa nascondono i fondali di Soverato?

C’è un’antica cava di macine ma che non ha alcun nesso con la necropoli a Grotticelle scoperta da Paolo Orsi

L’area archeologica di San Nicola continua a restituire interessanti reperti come l’àncora litica venuta alla luce recentemente

Si nasconde sotto il nostro specchio di mare la gemella di Atlantide o semplicemente la civiltà dei nostri antenati? I fondali marini così silenziosi sono spesso testimoni di civiltà più che millenarie. Proprio qualche giorno nella località San Nicola è stata portata alla luce un’àncora litica, che rappresenta una pagina di storia da conoscere e da scoprire. L’importanza di essere custodi della storia che i fondali custodiscono ha un grande valore. In quest’ottica si deve fare il plauso al “Gruppo archeologico Paolo Orsi” di Soverato, guidato dall’energica Angela Maida, che si è occupata e si occupa della restituzione e tutela della cava sommersa di Soverato, già sottoposta a vincolo dal 1926. L’area archeologica San Nicola, meglio nota come “Poliporto”, si estende lungo la fascia che va dal ponticello della ferrovia sino a gran parte del campeggio Glauco. I lavoro dei soci del gruppo archeologico, le ricerche bibliografiche, le ricerche archivistiche, la raccolta di fonti orali e studio e sovrapposizioni di foto storiche, i rilievi della Soprintendenza del 1931, conducono a ipotizzare, con buona approssimazione, che, in corrispondenza dell’uscita sud della galleria ferroviaria, al km 311.800, è ubicato in mare l’antico porto di Soverato. Si tratta di un’antica cava di macine ed era collegata al porto con un tracciato stradale ben visibile dalle foto storiche e in parte ancora esistente. Il vecchio attracco portuale, in uso fino agli anni Trenta, è ancora vivo nella memoria degli anziani; l’insabbiamento della baia di Soverato in seguito a alluvioni e successivo spostamento della rena, a causa delle correnti di scirocco, è il risultato dell’occultamento del vecchio porto e dell’antico porticciolo che poteva svilupparsi in quell’area. L’esteso banco roccioso nel quale sono state scavate le macine risulta più o meno visibile a seguito dell’influsso delle correnti e delle maree. Oltre alle macine di varie dimensioni, è possibile scorgere blocchi semilavorati o finiti, bitte da ormeggio e svariati frammenti architettonici. I numerosi resti archeologici risultano particolarmente evidenti durante la stagione estiva quando è possibile avvistarli sia dalla superficie che spingendosi a una profondità massima di quattro-cinque metri. Nel tratto di mare prospiciente alla necropoli a grotticelle, il banco di roccia lascia intravedere allineamenti di buchi che sono stati interpretati come resti di buche di palo. Si scorgono, inoltre, canalette atte a definire spazi regolari suggerendo l’esistenza di un sistema di regolamentazione idrica del suolo e dunque una gestione razionale e ottimale delle acque. Nel medesimo tratto di mare sono state rinvenute numerose pietre forate e due fondi di anfore, presumibilmente tardo-antiche, fissati alla roccia con malta o concrezionati. Con la bassa marea affiorano una serie di vani, di forma quadrangolare e poligonale, che lascerebbero supporre l’esistenza di vasche per l’allevamento del pesce o piuttosto di scomparti utilizzati per la produzione di sale marino. È possibile perciò ipotizzare che l’area, già frequentata in età protostorica, sia stata in seguito utilizzata per l’estrazione di manufatti, come dimostrano alcuni blocchi di risulta. In seguito all’azione di basse maree e mareggiate, è possibile individuare avanzi di edifici: si tratta di magazzini (horrea) per deposito di cereali e olio destinati all’imbarco; difatti fu constatato che i muri, di ovvia costruzione a piccoli vani e calcina, erano posizionati come a recingere celle quadrangolari, fra cui furono riscontrati avanzi di pavimento in “opus spicatum” e una soglia di passaggio da un vano all’altro. In una di queste celle furono notati resti di un grosso “dolium” di terracotta. Anticamente erano ubicati sulla costa, ma con l’abbassamento della stessa una parte della costruzione è stata ricoperta dal mare, l’altra si trova sotto la sabbia e soltanto in conseguenza di mareggiate e basse maree è possibile osservarla nella sua intera estensione tuttavia, basta immergersi con maschera e tubo per scorgerne i dettagli. Nel medesimo tratto di mare vi è una cava sommersa segnalata da vari studiosi già negli anni Novanta, costituita da macine in conglomerato e altri manufatti relativi a blocchi lavorati e semilavorati anche in granito. Il mancato rinvenimento di materiale datante non consente, al momento, di proporre precisi riferimenti cronologici; tuttavia si rinvengono numerose pietre laviche e calcaree che sono fuori del nostro contesto geologico, oltre a molti chiodi di bronzo e alcune zavorre di piombo. Sull’argomento sentiamo l’archeologa Maria Teresa Iannelli, in rappresentanza della Soprintendenza della Calabria. – Come è avvenuto il ritrovamento in località San Nicola dell’ancora risalente all’epoca greco-romana? Quale sarà il destino di questo reperto? «I reperti rinvenuti sono due, entrambi simili tra di loro. Sono da considerarsi contrappesi costituiti da un grosso ciottolo con foro passante per la sospensione; in altre parole, possono essere definiti anche con un termine tecnico: “ancore litiche”. Avevano la funzione di “corpi morti” o di “ancore” per trattenere le imbarcazioni. Venivano usate in varie epoche sia greca che romana e sono probabilmente connesse alla navigazione e/o alle operazioni di carico e scarico delle macine rinvenute su tutto il litorale, che è stato soggetto a tutela con ordinanza della locale Capitaneria di porto, su proposta della Soprintendenza archeologica della Calabria. Il primo reperto che è stato recuperato una diecina di giorni fa è stato segnalato dal “Gruppo archeologico Paolo Orsi” di Soverato, tramite un fax inviato alla Soprintendenza. Il secondo, invece, è stato segnalato il giorno 20 di questo mese alla locale Capitaneria di porto da Annamaria Casilinuovo e recuperato in pari data. Entrambi i reperti sono, per il momento, in deposito presso la Capitaneria di porto di Soverato, che ne ha curato il recupero e il trasporto ». – Che cosa potrebbe celare il mare adiacente alle Grotticelle e che cosa già in passato ha restituito? «Qualche anno addietro sono state rinvenute almeno altre quattro o cinque àncore del tutto simili a quelle recuperate in questi giorni segnalate dal “Gruppo Paolo Orsi” e ora in mostra nel cortile del Museo archeologico di Monasterace. In passato si è rinvenuto un ceppo d’àncora in piombo, segnalato da un diving center locale (di cui non ricordo il nome) che a un controllo subacqueo di qualche tempo addietro non si è più ritrovato. Si è rinvenuto anche materiale “erratico”: chiodi in bronzo, barre di piombo per àncore in legno e materiale fittile vario, secondo la tipica dispersione che si rinviene nelle aree subacquee». – A partire dalle ricostruzioni storiche di don Gnolfo emerge il nesso tra la necropoli, città dei morti e la cava, simbolo di una vivace civiltà. In base alle sue conoscenze ci poteva essere un centro abitato? «Non credo che ci sia un nesso tra la necropoli a grotticelle rinvenuta da Paolo Orsi, che risale all’età del ferro (epoca protostorica), con la cava di macine, la cui cronologia rimane tuttora da accertare. A questo proposito abbiamo in corso di pubblicazione un articolo su “Archeomar” (un progetto ministeriale) che mette a confronto la cava di Soverato con altre rinvenute in Calabria (a Tropea, Ricadi, a Capo dell’Armi, a Crotone). In genere si connettono alla presenza dei mulini che si datano ad età medievale, tra i secoli XVI e XVII. Per ora la ricostruzione storica non è possibile nemmeno azzardarla per il semplice fatto che i rinvenimenti subacquei devono essere interpretati anche alla luce di quelli effettuati sul territorio». – Sarebbe bello utilizzare qualche teca del museo di Monasterace per allestire un piccolo spazio a Soverato. Le posso strappare la promessa sul suo impegno? «Il museo di Monasterace in corso di allestimento è un connesso al Parco dell’antica Caulonia e può ospitare anche materiali provenienti dal territorio. Ricordo anche che esiste un altro museo a Roccelletta di Borgia, che per un periodo ha messo in esposizione un tesoretto monetale rinvenuto al tempo di Paolo Orsi, su cui è stato pubblicato un volume a cura di Angela Maida e Eliana Iorfida. Per un’esposizione archeologica a Soverato non si tratta di strappare una promessa. Qualche anno addietro avevamo parlato con uno dei sindaci per una mostra di materiali nei locali dell’Acquarium locale, ma non se ne è fatto niente. La Soprintendenza archeologica della Calabria è comunque sempre aperta e disponibile in questo senso. Ma in queste cose non basta solo la disponibilità della Soprintendenza: l’apertura di un Museo è un’operazione costosa per le comunità e soprattutto è difficile e complesso » 
Maria Anita Chiefari
dalla Gazzetta del Sud del 30 giugno 2013

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